Figli di coppie gay: è davvero ancora un problema?

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La scienza consente a due maschi o a due femmine di diventare genitori ma in Italia la legge e la mortale ostacolano questa scelta. Ma per i diretti interessati, i figli, i guai derivano perlopiù dallo stigma sociale nei confronti delle diversità

Lo dico subito: questo non è un argomento semplice e credere di avere la ricetta in tasca rende gli errori di valutazione, sia per miopia sia per presbiopia, più che probabili. Il tema è di quelli che infiamma gli animi e per i quali si proclamano crociate e si indicono manifestazioni di piazza, talune colorate e chiassose, talaltre cupe e violente. Un argomento, come si dice, identitario: sono quello che credo di essere perché credo (o non
credo) in questa specifica cosa. Il quesito che suscita tanto dibattito è presto detto: è lecito per un omosessuale aver figli? Perché ciascuno possa farsi un’idea non basata sul sentito dire o sui propri pregiudizi, ma sulle evidenze, toccherò qui tre capitoli, uno più problematico dell’altro: il ruolo della famiglia in generale, le possibilità che la tecnologia medica offre alla omogenitorialità e le incognite che si generano quando un bimbo cresce in una famiglia omosessuale.

In natura il modello “mamma e papà” è un’eccezione

Il primo capitolo di questa storia non farà a tutti piacere. La famiglia è la struttura su cui si fonda la società, ma anche le nostre speranze e i nostri amori più solidi, intimi, profondi. La stragrande maggioranza di noi ammetterebbe senza esitazioni che la (propria) famiglia è la cosa più preziosa e sacra che ha su questo pianeta e in questa vita. Questa idea di famiglia umanissima, anche se ben strutturata su dinamiche tramandate e specificamente religiose che si costruiscono in maniera differente a seconda della cultura di appartenenza, induce molti a pensare che l’unica famiglia degna di questo nome debba essere, come natura vuole, costituita da un uomo e una donna, l’unità minima per la riproduzione, e dai loro figli. Qui però casca il primo asinello. Questo modello biparentale è un’eccezione così eccezionale in natura che attribuirgli l’aggettivo di naturale è una solenne corbelleria. In natura la quasi totalità degli animali prevede cure esclusivamente materne, relegando il ruolo paterno a quello (raro) del preparatore di nidi e tane e di inseminatore addirittura inconsapevole degli effetti della copula stessa. Quindi, eliminiamo dal nostro vocabolario l’aggettivo naturale.

I rischi nelle famiglie etero

Ma non basta. La famiglia è anche, non di rado, la tomba dell’amore (ma questa è un’altra storia che merita altri approfondimenti) e soprattutto il luogo di elezione dei più efferati delitti e delle più feroci violenze, soprattutto sessuali. Statisticamente parlando, è quasi più rischioso per Cappuccetto Rosso la casetta della nonna (o, più frequentemente, del nonno, o dello zio, o dello stesso papà) che il bosco del lupo cattivo. Questo dato molto solido, ben noto ai criminologi, deve servire a relativizzare il concetto di famiglia eterosessuale che, in quanto tale, non è necessariamente il migliore dei mondi possibili.
Vengo così al secondo punto: cosa la medicina moderna offre a quegli omosessuali che desiderano figli? La parola omogenitorialità comprende modelli familiari molto diversi tra loro: ci possono figli nati da precedenti relazioni eterosessuali, diciamo prima della manifestazione della propria omosessualità, oppure i figli possono essere adottati da una persona o da una coppia omosessuale, oppure i figli possono essere partoriti da una madre lesbica, single o in coppia, che ha fatto ricorso all’inseminazione artificiale, utilizzando lo sperma di un donatore noto oppure anonimo. C’è anche la possibilità che i figli nascano da un uomo gay e da donatrice di ovocita e/o di utero, come pure la possibilità per la quale, in barba a qualsiasi possibile legge repressiva e proibizionista, i figli nascano da un progetto di co-genitorialità tra un uomo gay e una donna lesbica, più o meno in accordo coi rispettivi partner omogeneri.

I progressi della procreazione medicalmente assistita

La disponibilità, sempre più tecnicamente semplice ed economicamente abbordabile, della procreazione medicalmente assistita (Pma) ha largamente messo in discussione concetti come riproduzione, genitorialità e famiglia stessa: aumentano gli attori sulla scena riproduttiva, così che è sempre più complicato fare i conti con gli aspetti tecnici, fisici, legali, economici, etici e affettivi. Negli Stati Uniti si stima (è un dato del 2014, ma è
verosimilmente in aumento) che circa 3,8 milioni di bambini avessero almeno un genitore omo-, bi- o transessuale e che approssimativamente 200mila venissero cresciuti da una coppia dello stesso sesso. Le nuove leggi a tutela dei matrimoni egualitari e le ovvie linee guida sanitarie contro le discriminazioni dovute all’orientamento sessuale stanno facendo sì che il numero di famiglie omogenitoriali sia in crescita, soprattutto nei paesi dove la Pma è legalizzata e liberalizzata e dove l’argomento omofobico non venga usato a fini di mera propaganda politica.

Il difficile ruolo del donatore

In Italia la Legge 76/2016 riconosce le unioni civili, ma il riconoscimento delle famiglie omogenitoriali è ancora lontano. Infatti la Legge 40/2004, una delle più restrittive in Europa, stabilisce all’articolo 4 che l’uso di gameti o embrioni di donatori così come la maternità surrogata sono vietati senza eccezioni. Fuori dalle aule del Parlamento, l’eccezione è però costituita dal fenomeno della «migrazione riproduttiva» verso Paesi dove la Pma è più accessibile. Quindi: fatta la legge, come si dice, trovato l’inganno o, per meglio dire, la difesa nei confronti di divieti non molto sensati quando uomini e idee sono liberi di circolare. Tuttavia, i problemi possono essere tanti, anche se ci si può permettere di migrare verso lidi più tolleranti. Quando una lesbica decide di avere un figlio (da sola o con la compagna) deve scegliere se averlo con un donatore anonimo o rintracciabile (da subito o quando il bambino avrà raggiunto la maggiore età), raggiungibile tramite una
banca del seme, oppure da un donatore conosciuto, come un amico o come un parente della partner. Ci sono poi aspetti psicologici non banali. Alcuni studi dimostrano che molte madri lesbiche abbiano spesso espresso il desiderio che i bambini somiglino a entrambe le madri cercando di abbinare i tratti del donatore con quelli della madre geneticamente non correlata. Altre ricerche dimostrano che le madri preferiscono non considerare comunque il donatore come «padre» del bambino, nel timore che questo possa aumentare i problemi nell’accudimento. Una ricerca italiana su 24 coppie di madri lesbiche riporta come nessuna delle madri consideri il donatore come il «padre» del proprio figlio, ma come «entità», «processo medico», o semplicemente persona che ha fatto una buona azione.

Il divieto della maternità surrogata

Per i gay che vogliono diventare padri, naturalmente senza accoppiarsi con una donna (e qui sta tutta l’ipocrisia per la faccenda: se lo facessero una volta nella vita, fecondassero, la madre biologica disconoscesse il figlio che sarebbe invece riconosciuto dal padre omosessuale, nessuno potrebbe opporsi) c’è invece la necessità di utilizzare la maternità surrogata, proibitissima in Italia, cioè quando una donna si fa carico della gravidanza per un altro genitore: può essere un’amica, una parente, o una sconosciuta, che comunque di rado riesce a restare anonima. Il tipo più comune di maternità surrogata negli Usa prevede la maternità surrogata gestazionale, procedura sofisticata in cui viene creato un embrione utilizzando gli spermatozoi dell’aspirante padre e l’ovocita di una donatrice per poi trasferirlo alla surrogata, la quale porta a termine la gravidanza e partorisce senza avere alcuna connessione genetica con il bambino. Il primo figlio nato da genitori gay attraverso un accordo di maternità surrogata risale al 1996. Tra il 1999 e il 2013 sono nati negli Stati Uniti circa 18.400 bambini attraverso questa complicata tecnica. Oggi diverse agenzie in Usa, Canada, Tailandia e India offrono servizi di maternità surrogata
specificamente per uomini gay, incoraggiando il contatto tra coppie e surrogate e assistendo la parte legale dei contratti per superare i divieti italiani e, in genere, europei sulla maternità surrogata, sia commerciale sia altruistica. Molti inorridiranno, ma è un dato di fatto che la disponibilità tecnica permette soluzioni fantasiose quando si tratta di scegliere che legame genetico avrà il padre di un bimbo concepito in maternità surrogata: si può, per esempio, scegliere di mescolare lo sperma dei due padri gay, oppure gli ovociti di una donatrice possono essere fecondati con lo sperma di entrambi i partner e più embrioni possono essere trasferiti alla surrogata. Altre coppie possono scegliere di assumere la paternità genetica a turno, con un partner che fornisce il seme per il primo figlio e l’altro per i seguenti tentativi.

L’assurda confusione con la stepchild adoption

Ma la relazione mamma surrogata-bambino non è necessariamente semplice né automatica: il bimbo può vedere la surrogata come una «madre» e soffrire per l’assenza di una relazione con lei, anche nelle situazioni dove magari c’è una presenza affettiva positiva dei padri. I padri omosessuali sono spesso felici che la donatrice faccia parte della vita familiare anche se nessuno, in genere, come ho detto per la famiglia con madri lesbiche, le riconosce il ruolo di «madre» (chiamandola invece «zia», a testimonianza dell’inclusione nel nucleo familiare) mentre altri la considerano più come «un’amica lontana». E, infine, non facciamo confusione come molti hanno fatto ai tempi del dibattito sulla Legge Cirinnà, tra stepchild adoption (tradotto malamente: adozione del con-figlio) e maternità surrogata. La stepchild adoption ha per obiettivo il riconoscimento di un diritto per il bambino, cioè quello di avere un genitore adottivo all’interno della famiglia di fatto. Solo un duro di cuore può opporsi. Insomma, come spesso è successo nella storia dell’uomo, la tecnica supera la morale e la stessa politica, che impiega un po’ di tempo, e non sempre lo fa, ad adattarsi. Di fronte a queste difficoltà, dove la legislazione lo permette, sono molti gli omosessuali che scelgono l’adozione come via preferenziale per la genitorialità, a differenza delle coppie eterosessuali che di solito considerano l’adozione come un ripiego sofferto dopo ripetuti tentativi falliti di riproduzione naturale e/o assistita. Nel giudicare questa possibilità, senza troppi, inevitabili pregiudizi ideologici, bisogna comunque considerare l’alternativa di estremo disagio e privazione affettiva a cui i bimbi adottati da coppie etero- e omosessuali vengono sottratti, come pure le oggettive difficoltà che l’adozione comporta, indipendentemente dal sesso dei nuovi genitori.

Talvolta la differenza è in meglio

Tutto questo mi porta al terzo punto: le criticità caratteristiche della famiglia omogenitoriale. I bimbi allevati da coppie omosessuali (al netto del vissuto, più o meno cospicuo, di sofferenza precedente l’adozione degli adottati, indipendentemente dal genere dei genitori adottivi) sono paragonabili a quelli cresciuti dagli eterosessuali? I dati
epidemiologici, statistici e scientificamente raccolti in oltre 70 studi compiuti in tutto il mondo occidentale sono granitici: non c’è nessun rischio particolare e specifico legato al genere della coppia genitoriale. Anzi, se c’è una differenza è in meglio, come spesso accade nelle minoranze che devono far più fatica per sopravvivere socialmente: le persone allevate da due maschi o da due femmine sono mediamente assai bravi a scuola, molto
adattabili, hanno un eccellente sviluppo cognitivo e una vita di relazione paragonabile a tutte le altre, peraltro avvantaggiata da un basso livello di aggressività sociale. Temo allora di non poter seriamente considerare, per marchiani errori metodologici, un paio di studi controcorrente, sbandierati dagli attivissimi urlatori dei vari fondamentalismi.

L’assenza di un ruolo genitoriale può pesare

Ma sarei disonesto se dicessi che la famiglia omosessuale sia esente da problemi. L’intera costruzione psicoanalitica classica affonda le sue radici nel terreno dell’identificazione/innamoramento/odio nei confronti dei genitori in un processo che è specifico a seconda del genere del bimbo. Viene quindi facile immaginare che se la figura femminile o quella maschile in famiglia non ci fosse, lo sviluppo psicosessuale del piccolo ne possa essere, se non leso, perlomeno alterato. È possibile che per qualcuno questo avvenga, ma legioni di fanciulli sono stati allevati da famiglie monogenitoriali per vedovanza o fuga di uno dei genitori riuscendo, pur tra mille possibili problemi di sottrazione di affetto, a sopravvivere, e bene, attraverso meccanismi vicari. Il vero problema delle famiglie arcobaleno, quando c’è vero amore e rispetto, sta quindi ben poco in casa (i genitori omosessuali sono in genere molto attenti allo stile di vita corretto, alla crescita culturale e alla salute in generale e dispongono spesso, avendo il più delle volte non facili trascorsi, di una notevole riserva emozionale ed affettiva) ma per strada, a scuola, nel mondo del lavoro. È lì che lo stigma sociale della diversità produce i danni
peggiori. Depressione, ansia, magari comportamenti incongrui o a rischio, possono essere la conseguenza della reazione sociale nei confronti dei membri della famiglia omogenitoriale. In una società educata alla tolleranza e al rispetto delle altrui scelte e degli altrui comportamenti e nature tutto questo probabilmente non esisterebbe.

Bisogna rispettare le famiglie arcobaleno

In conclusione, negare la problematicità della scelta omogenitoriale è stupido, ma ancor più fesso è volere imporre ad altri i propri modelli e stili di vita: le cronache non hanno mai riferito di omosessuali che rapiscono i bimbi degli etero per allevarli nel vizio, ma i media e i social sono pieni di (presunti) eterosessuali che pretendono di avere più diritti degli omosessuali. Ammettere e rispettare l’esistenza della famiglia arcobaleno
e dei suoi diritti, pur con tutti gli specifici, innegabili problemi, non significa il crollo della civiltà, come qualcuno sostiene. Che sarebbe ben fragile se fosse così.

Emmanuele A. Jannini, Professore ordinario di endocrinologia e sessuologia medica al dipartimento di medicina dei sistemi dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata e Presidente dell’Accademia italiana della salute della coppia.

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