Xantelasmi: perché si formano le palline di grasso sulle palpebre

Si tratta di inestetismi dovuti a un eccesso di grassi. Si possono eliminare, ma bisogna ricordarsi di tenere sotto controllo i livelli lipidici nel sangue

Cosa sono gli xantelasmi

La pelle è un organo complesso e sensibile, un laboratorio neuroendocrino e immunologico in relazione con gli altri. Non stupisce che spesso rappresenti la spia di malesseri più ampi. È il caso dello xantelasma, un deposito anomalo di grasso che si manifesta sulle palpebre e rientra nella famiglia degli xantomi. «Gli xantomi possono interessare vari organi (come cute, tendini, stomaco, sistema nervoso centrale, cristallino) e sono dovuti a un accumulo di lipoproteine (colesterolo, trigliceridi), talvolta bilirubina ed elastina», spiega Marina Romagnoli, specialista in dermatologia a Genova, segretario nazionale dell’Isplad (International-Italian Society of Plastic-Regenerative and Oncologic Dermatology). Gli xantelasmi sembrano non fare differenze tra uomini e donne, mentre il fattore età è determinante: colpiscono raramente bambini e adolescenti e fanno la loro comparsa soprattutto dopo i 45-50 anni.

Come si manifestano

«Si presentano a livello cutaneo come depositi giallastri piani o in rilievo, talvolta circondati da un’area eritematosa e pruriginosi (xantomi eruttivi multipli), in altri casi confluenti in agglomerati nodulari anche profondi e di ragguardevoli dimensioni (xantomi tuberosi). La grandezza varia da pochi millimetri fino a 7-10 centimetri.

Spesso sono la spia di 
altre patologie

Spesso sono legati a variazioni genetiche e rappresentano la spia di importanti alterazioni metaboliche, soprattutto delle lipoproteine, che permeano dal circolo ematico nei tessuti, dove vengono inglobati da globuli bianchi (macrofagi) a formare “cellule schiumose” ricche di grassi. Possono perciò essere il sintomo di patologie che vanno tenute sotto stretto controllo con farmaci e stili di vita corretti, in quanto a elevato rischio di infarto miocardico, ictus, epatopatie. Per questo il dermatologo, durante la visita, deciderà se eseguire un piccolo prelievo, per fare l’esame istologico che ne confermi la diagnosi, quindi controllare gli esami ematochimici, soprattutto i livelli di colesterolo e trigliceridi, oltre a verificare il possibile coinvolgimento di altri organi».

Intervento in day surgery

Essendo un disturbo prevalentemente estetico, la scelta della tecnica di asportazione è legata a questo aspetto. «L’asportazione chirurgica è da prediligersi, soprattutto quando le formazioni sono spesse e di piccole dimensioni», continua la specialista. «L’intervento si esegue in anestesia locale, in ambulatorio chirurgico o day surgery e i punti di sutura vengono rimossi dopo pochi giorni. Uniche complicanze, un po’ di edema ed ecchimosi per qualche giorno. In alternativa ci sono i laser ablativi (CO2 o ad erbium) oppure, introdotto più recentemente, il Q-switched, indicato soprattutto (ma non esclusivamente) per i casi di lesioni molto grandi in cui la chirurgia lascerebbe cicatrici evidenti».

Recupero in una-due settimane

Il laser Q-switched sfrutta il principio della cosiddetta termolisi selettiva: emette il suo fascio di luce nell’ambito di nanosecondi, dirigendosi direttamente in un bersaglio predefinito, detto cromoforo. La brevità e specificità del fascio di luce limita l’emissione di calore ai tessuti circostanti, concentrando l’efficacia solo dove serve. «Anche nel caso dei laser si esegue un’anestesia, ma per le lesioni non troppo profonde può essere sufficiente una crema anestetica», spiega Marina Romagnoli. «I tempi di recupero sono di una-due settimane e può essere necessario un ritocco per completare l’asportazione. Indipendentemente dalla tecnica scelta, è importante medicare la parte interessata con una crema antibiotica e non esporla al sole per alcune settimane».

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