Ipertensione nascosta: metà di chi ne soffre non lo sa

In Italia circa 16 milioni di persone hanno la pressione alta: scopri i fattori di rischio, i valori da non superare e come e quando tenerla sotto controllo

Poca consapevolezza

Come un parente scomodo che abita lontano. Tutti in famiglia sanno come si chiama, qualcuno ne parla, ma in fondo non lo si conosce affatto, e tantomeno ci si cura di lui. Fino a che non si presenta a casa, valigie in mano, con l’intenzione di non andarsene più; solo allora ci si rende conto del perché avesse una brutta fama. Ebbene, scoprire di avere l’ipertensione arteriosa dà più o meno la stessa angosciosa sensazione di impotenza mista a inquietudine, dovuta al timore di dover convivere negli anni a venire con un ospite davvero sgradito, e di averne ingenuamente sottovalutato il rischio fino a quel momento.

«L’ipertensione in Italia interessa all’incirca 16 milioni di persone, cioè quasi il 35% della popolazione adulta (tra i 18 e i 75 anni), che diventa il 50% tra gli over 60 e l’80% negli ultraottantenni», spiega Claudio Ferri, presidente della Società italiana dell’ipertensione arteriosa (). «Nonostante ciò, nel nostro Paese la consapevolezza di questo disturbo è ancora scarsa: dalle indagini condotte dalla Siia è emerso che, se quasi tutti gli italiani hanno sentito parlare del disturbo, molto pochi sono ben informati sui valori pressori ideali e sui rischi che si corrono trascurando o minimizzando parametri alterati. Non solo. Almeno il 50% degli ipertesi non sa di esserlo e circa un terzo dei pazienti ipertesi non raggiunge la normalizzazione pressoria o non assume con costanza la terapia». Cifre da emergenza sanitaria, inutile girarci attorno.

Le arterie perdono elasticità

La pressione arteriosa è la forza con cui il cuore, attraverso le contrazioni (i battiti cardiaci), spinge il sangue nelle arterie (i principali vasi sanguigni del sistema circolatorio), affinché quest’ultimo possa portare ossigeno e nutrienti a tutti gli organi e i tessuti. È «massima» (o sistolica), nel momento in cui il cuore si contrae, e «minima» (o diastolica) quando il cuore si rilassa e torna a riempirsi di sangue venoso per il battito successivo.

Il nostro corpo è in grado di regolare autonomamente questa spinta, aumentandola o diminuendola a seconda delle esigenze. Così, per esempio, mentre saliamo le scale la pressione aumenta perché i muscoli e l’apparato respiratorio hanno bisogno di più sangue, mentre quando dormiamo si abbassa in quanto le richieste dei vari organi sono inferiori. Altri fattori, quali le emozioni, la temperatura esterna o l’altitudine possono determinare variazioni momentanee, che però vengono prontamente fronteggiate e riportate alla normalità. Se questo non accade, e la pressione arteriosa resta elevata nel tempo, siamo in presenza di ipertensione, una condizione clinica che, a lungo andare, danneggia il cuore, sottoposto a un super-lavoro per via dello squilibrio organico, e altera la struttura delle pareti delle arterie. Queste ultime in particolare, stressate dalla tensione costante, perdono la loro elasticità e si dilatano in modo anomalo fino a formare i pericolosi aneurismi, ovvero delle «sacche» che possono rompersi provocando emorragie.

Rischio cardiovascolare

Ecco perché le persone che soffrono di ipertensione sono a rischio di complicanze cardiocircolatorie anche molto gravi, come insufficienza cardiaca, infarto, ictus cerebrale da rottura arteriosa (ictus emorragico) o da chiusura arteriosa (ictus ischemico), nefropatia ipertensiva (danni ai reni causati dall’indebolimento delle arterie che conducono il sangue ai reni), retinopatia ipertensiva (restringimento dei vasi sanguigni che conducono il sangue agli occhi, retina in particolare), demenza vascolare (deficit cognitivo causato da un’alterata circolazione a livello cerebrale).

Un killer silenzioso

«Quando si parla di ipertensione, è necessario distinguere tra forma primaria (o essenziale) e secondaria», spiega Massimo Volpe, direttore dell’unità operativa complessa di cardiologia all’ospedale Sant’Andrea di Roma. «Le cause dell’ipertensione primaria (il 90-95% dei casi), non sono note, ma sembra che siano da attribuire all’interazione di una componente genetica con specifici fattori ambientali (stress prolungato, fumo di sigaretta, sovrappeso, sedentarietà, consumo elevato e prolungato di alcol, eccesso di sale nella dieta); le cause dell’ipertensione secondaria, al contrario, sono conosciute e identificabili, e comprendono tumori surrenali, malattie della tiroide, patologie vascolari o disfunzioni endocrine, come quelle che alterano il sistema renina-angiotensina-aldosterone, un meccanismo ormonale che regola la pressione sanguigna».

Rischio cardiovascolare

Le due forme si distinguono, oltre che per le cause, anche per i sintomi. Se, infatti, le patologie sottese all’ipertensione secondaria lasciano trasparire sintomi precisi, l’ipertensione primaria è generalmente asintomatica o presenta disturbi generici e aspecifici (mal di testa, vertigini, talvolta palpitazioni e affanno), che possono essere sottovalutati, determinando un pericoloso ritardo nella diagnosi. Molte ipertensioni vengono infatti scoperte per caso, magari durante un controllo di routine. «È evidente che non possiamo lasciare al caso l’individuazione di un fattore di rischio così insidioso (i decessi annui per le complicanze da ipertensione in Italia sono 280mila), e per questo non ci stancheremo mai di esortare la popolazione a tenere controllata la pressione», aggiunge Volpe. «Il consiglio è quello di effettuare una misurazione all’anno a partire dai 18 anni d’età, per passare a misurazioni più frequenti (anche tre-quattro all’anno) nei soggetti più a rischio, ovvero chi ha familiarità, persone in forte sovrappeso, fumatori, sedentari (soprattutto dai 65 anni in poi) e donne in menopausa, che non possono più contare sull’effetto protettivo degli estrogeni».

Intervenire per tempo

A seguito delle ultime ricerche sull’ipertensione arteriosa, da poco tradotte nelle nuove linee guida europee elaborate da Società europea di cardiologia e European society of hypertension, l’odierno range di valori considerati normali è rimasto invariato, ribadendo l’esistenza di una fascia grigia, precedente il confine dell’ipertensione (140/90 mm/Hg), in cui il soggetto ha una pressione massima tra 130 mm/Hg e 139 mm/Hg e minima tra 85 e 89 mmHg.

«In questa fascia di valori tra il normale e l’alto si deve intervenire precocemente per evitare che si passi in breve tempo a valori patologici», afferma Ferri. «Esclusi i casi di ipertensione secondaria, il 90% delle persone sviluppa ipertensione in ragione di uno stile di vita scorretto. Purtroppo, nonostante gli avvertimenti di noi medici, pochissimi fanno qualcosa per cambiarlo, persino quando scoprono di essere ipertesi. Per questo, è opportuno sensibilizzare tutti nei confronti del problema dell’ipertensione arteriosa, allertando quella fascia di popolazione che è ancora in tempo – modificando lo stile di vita – per evitare di convivere con il disturbo per il resto dei propri giorni. In questo caso, però, nessuna paura: basterà comunque cambiare lo stile di vita e assumere con fiducia i farmaci più appropriati, con costanza e regolarità».

Le regole per la misurazione corretta

A causa delle oscillazioni tipiche della pressione arteriosa, una singola misurazione non permette di conoscerne il valore reale. Inoltre, il risultato può essere sfalsato da situazioni che mettono in un particolare stato di agitazione il paziente, come la cosiddetta «sindrome da camice bianco», ovvero l’innalzamento dei valori pressori in presenza dell’operatore sanitario.

Per questo gli specialisti suggeriscono di misurare la pressione a casa; la frequenza della misurazione varierà, su indicazione del professionista, a seconda dell’età e dello scopo (semplice controllo o accertamento per innalzamento sospetto), ma in linea generale un modo per farsi un’idea attendibile della propria pressione arteriosa è questo: per una settimana, effettuare due misurazioni al mattino, appena svegli, e due prima di cena e di registrare i valori su un diario, che verrà poi mostrato al medico curante. Tradizionalmente la pressione viene misurata dal medico con lo sfigmomanometro manuale (un apparecchio inventato alla fine dell’800, composto da un manicotto sotto il quale si posiziona lo stetoscopio), ma oggi si trovano in commercio molti misuratori da braccio elettronici (da revisionare periodicamente, a seconda delle indicazioni fornite dalla casa produttrice), che permettono di effettuare le rilevazioni anche da soli. Questi dispositivi forniscono tutte le informazioni di base più importanti, ovvero la pressione massima, la pressione minima e la frequenza cardiaca (il numero di battiti del cuore al minuto).

Farmaci: meglio in combinazione

Se i valori pressori superano costantemente le soglie indicate (ipertensione conclamata), non si ha altra scelta che ricorrere ai farmaci anti-ipertensivi (in combinazione sempre con un corretto stile di vita). «Oggi abbiamo a disposizione medicinali contro l’ipertensione che consentono nella maggior parte dei casi di normalizzare la pressione; tuttavia, l’aderenza terapeutica (cioè la regolarità con cui il paziente assume i farmaci prescritti), è nel paziente iperteso italiano decisamente non buona», annota Ferri. «Per facilitarla, è opportuno scegliere bene il singolo farmaco e/o preferire i cosiddetti preparati in combinazione fissa, cioè formulazioni farmaceutiche che assemblano in un’unica pillola due-tre farmaci antiipertensivi (solitamente un ace-inibitore o un antagonista dell’angiotensina, associati a un calcioantagonista o a un diuretico). Ciò è di particolare importanza per gli ipertesi anziani, che tipicamente soffrono anche di altre patologie e che arrivano a dover prendere fino a dieci pillole al giorno».

L’intervento

Alcuni casi di ipertensione possono oggi essere guariti completamente grazie alla crio-ablazione, cioè una tecnica di chirurgia fondata sull’impiego di temperature estremamente basse per distruggere tessuti anormali o patologici. Il primo intervento al mondo, praticato su una donna affetta da un piccolissimo tumore secernente renina (ormone regolatore della pressione arteriosa), è stato effettuato con successo nel marzo scorso dal Gruppo della clinica dell’ipertensione arteriosa dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Padova, e pubblicato sull’American Journal of Hypertension. «Esiste una speranza piuttosto concreta che questo tipo di interventi possano contribuire a risolvere alcune forme di ipertensione secondaria, cioè quella provocata da cause specifiche come i tumori, ma gli studi e le procedure finora effettuati hanno ancora carattere sperimentale e non possono essere introdotte negli standard di cura», afferma il cardiologo Massimo Volpe.

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