Valentina Vignali: «Il basket mi ha aiutata ad affrontare il tumore alla tiroide»

Pubblicato il: 10 Maggio 2019 alle ore 20:38 Aggiornato il: 12 Maggio 2019
valentina vignali
Credits foto: Instagram @valentinavignali

«Non ho mai smesso di praticare sport nonostante un intervento chirurgico, due cicli di radioterapia e una metastasi: il dover sempre alzare l’asticella della fatica negli allenamenti mi ha dato la forza per vincere la partita più importante»

Era il mio primo allenamento di basket dopo l’operazione. Al contatto del sudore sulla cicatrice il fuoco divampa sul mio collo. Brucio. I punti, a chiudere il profondo taglio, sono ancora freschi: sono finita sotto i ferri neanche due mesi prima e ancora non so che il calvario non è finito. Un dolore lancinante il cui ricordo mi è fedele compagno di viaggio nella mia vita, ma che è anche il testimone che, sì, sono ancora viva. Viva nonostante un tumore maligno alla tiroide (per la precisione un carcinoma papillare) e una successiva metastasi che oggi è «addormentata», ma sempre lì, alla base della gola, tanto da costringermi a sottopormi a controlli ogni otto mesi.

La pallacanestro mi ha dato forza

Non ho mai avuto paura, sono sincera, ma è un’esperienza che ti cambia il modo di vedere e affrontare l’esistenza e che ho trovato la forza di affrontare grazie all’affetto della mia famiglia, degli amici e dell’oggi ex fidanzato, ma anche per merito dello sport che pratico da quando avevo otto anni: la pallacanestro. A parte quel paio di mesi successivi all’intervento, non ho mai smesso di giocare, nonostante i due cicli di radioterapia ai quali ho dovuto sottopormi e agli effetti dei farmaci prescritti dopo l’asportazione della tiroide, che, soprattutto agli inizi, quando non si conosce ancora il dosaggio corretto per la singola persona, provocano tutta una serie di scompensi, a partire da stanchezza, febbriciattola e aumento di peso. Insomma, è stata una gran fatica continuare a stare sotto canestro, ma il dover faticare alzando sempre un po’ di più l’asticella, il puntare a fare ogni giorno una ripetizione in più di un esercizio, è stato una stimolo fondamentale per reagire. Certo, sono un essere umano e ho avuto momenti no, penso ai pianti quando non riuscivo a finire gli allenamenti, ma ho sempre tenuto alto il morale. Solo così si vince la partita.

Ho scoperto il tumore con la visita sportiva

Del resto è proprio grazie al basket che ho scoperto il male. Tutto è iniziato nella seconda parte dell’estate 2012. Avevo appena firmato per la Fortitudo Pomezia, in serie B, e come da prassi mi ero sottoposta alla visita medico-sportiva. «Ha uno strano bozzetto sul collo, le consiglio di fare un’ecografia», mi aveva fatto notare il dottore. Solo che a 21 anni sei incosciente, ti senti indistruttibile e tendi a sottovalutare le situazioni: «È una cavolata, passerà da sola». Così solamente nel luglio dell’anno successivo mi sono decisa a fare i controlli, a Riccione. È emersa questa massa misteriosa di tre centimetri che, poi, alla prova dell’agoaspirato, è stata valutata come Tir 5, la categoria a più alto rischio di tumore maligno. Ho, allora, iniziato il giro degli ospedali e dei chirurghi, perché, in prima battuta, mi era stato prospettato un taglio da orecchio a orecchio. So che è un discorso che potrebbe apparire superficiale, ma questo sfregio sul mio collo avrebbe compromesso la mia carriera di modella, parallela a quella di cestita (con il basket femminile in Italia non si mettono insieme il pranzo con la cena).

Dopo l’operazione, mi sono sottoposta a radioterapia

Alla fine, cercando una soluzione meno «invasiva», sono approdata all’ospedale Cisanello di Pisa, un’eccellenza del nostro Paese in campo endocrinologo, dove il 12 settembre 2013 sono stata operata d’urgenza per l’asportazione della tiroide e dei linfonodi, purtroppo malati, della parte destra del collo. Tutto bene? Manco per sogno. La sorpresa è arrivata il gennaio seguente, durante un controllo di routine a Cesena: «C’è una metastasi», il responso, raggelante, dei medici. In pochi istanti sono passata dallo stupore allo sconforto per finire con una mega incazzatura: «Com’è possibile? Sono stata operata quattro mesi fa! O questa “cosa” cresce a una velocità pazzesca oppure non l’avete vista prima». Questa volta, però, ho evitato l’intervento chirurgico, in quanto gli specialisti hanno deciso di sottopormi a un ciclo di radioiodioterapia, con tanto di cinque giorni passati in isolamento (per la radioattività delle particelle ionizzanti al cui bombardamento sono stata esposta), che ho, poi, dovuto ripetere anche l’anno successivo. Fortunatamente con successo: la mia sgradita coinquilina, pur non lasciando il mio collo, si è addormentata. Lo scorso anno, in occasione del quinto anniversario dell’operazione, ho voluto rendere pubblica la mia storia sui social network, con tanto di foto post-intervento, per far sapere che cosa vuol dire affrontare questa malattia e per dire a chi ne soffre che gli sono vicina. Lottate come ho fatto io per vincere la vostra partita più importante.

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