Ippoterapia: tutti i disturbi e le malattie per cui è efficace

Pubblicato il: 11 Marzo 2019 alle ore 05:06 Aggiornato il: 11 Marzo 2019

Il cavallo come dottore è utile in caso di disturbi neuromotori e psichiatrici, ma anche per correggere la postura, sia nei bambini che negli adulti

Non solo equitazione

Non è solo un formidabile compagno di passeggiate nel verde o un insostituibile partner di sport nel maneggio: il cavallo affianca fisioterapisti, medici esperti in riabilitazione, psicologi e neuropsichiatri per aiutare pazienti di ogni età e con varie problematiche, da blocchi emotivi e relazionali, come una eccessiva timidezza, a condizioni di disabilità fisiche anche gravi.

L’ippoterapia nella storia

L’uso di cavalli a scopi medici risale alla Grecia antica. Ippocrate di Coo, il padre della medicina e autore dell’omonimo e celeberrimo giuramento medico, documenta questa pratica già nel 400 avanti Cristo, consigliando le cavalcate come un metodo per sconfiggere ansia e insonnia. È dalla seconda metà del ’900, però, che il quadrupede inizia a essere utilizzato in Inghilterra, Francia e Scandinavia nei primi progetti di riabilitazione per bambini e adulti con deficit motori.

«In Italia la terapia assistita con il cavallo, questa la dicitura attuale, viene impiegata in maniera ufficiale dagli anni Settanta del secolo scorso, con risultati significativi su alcune forme di autismo e sugli esiti delle paralisi cerebrali infantili», spiega Stefano Seripa, dirigente psichiatra presso la Asl Roma4 e componente della Commissione riabilitazione equestre della Fise (Federazione italiana sport equestri). «Negli ultimi anni varie ricerche scientifiche ne stanno dimostrando gli effetti positivi anche su altre patologie di tipo neurologico e neuropsichiatrico».

Sella come grembo materno

Ma perché il cavallo vanta queste virtù, al punto da contendere al cane il titolo di migliore amico dell’uomo? Sembra ormai assodato che gli equini siano in grado di trasmettere e stimolare emozioni. Hanno una spiccata vocazione sociale e chiunque abbia preso le redini in mano sa come il cavallo sia estremamente reattivo agli stimoli. Un animale, insomma, non è una motocicletta: cavalcare implica una sintonia con un’altra creatura, che tornerà poi molto utile anche fuori dal maneggio. Oltre all’interazione con l’animale, pare giochi un ruolo anche il dondolio in sella, che rievoca le sensazioni piacevoli del grembo materno e della prima infanzia, quando si veniva cullati. Andare a cavallo significa infine vivere la natura, esperienza che si configura come un potente antistress.

Un’équipe multidisciplinare

Diversificati sono i tipi di cura possibili con l’animale. Ad esempio, l’ippoterapia (in cui il paziente prende contatto con l’animale, prima stando a terra e poi salendoci, ma senza conduzione autonoma, perché a questo penserà l’istruttore, detto coadiutore del cavallo) e la rieducazione equestre, in cui il paziente è attivo e impara ad andare a cavallo. Affinché queste attività risultino efficaci e gradevoli sia per il paziente sia per l’animale vanno coordinate da un’équipe multidisciplinare che integri personale qualificato quale: medico o psicoterapeuta responsabile del progetto, accompagnatore del paziente, tecnico conduttore dell’animale e veterinario.

Disturbi neuromotori

 

Nella forma «classica», la riabilitazione equestre prevede l’utilizzo del cavallo come se fosse una macchina motoria. «L’andatura del quadrupede», sottolinea Seripa, «con il suo movimento ritmico favorisce degli adattamenti posturali del corpo, analogamente a quanto accade durante una camminata.

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Adattamenti che hanno mostrato una grande efficacia nei disturbi neuromotori in senso lato». Paralisi cerebrali infantili, forme spastiche, deficit motori derivanti da traumi: sono diverse le patologie che possono essere curate in sella. «Il disciplinare tecnico è molto articolato», continua lo psichiatra. «A seconda delle esigenze specifiche il paziente può salire sul cavallo da solo o con un accompagnatore, il cosiddetto maternage. Sella, staffe e andatura sono di volta in volta adattate per migliorare il controllo posturale, l’equilibrio e il tono muscolare».

Neuropsichiatria infantile

Negli ultimi vent’anni la riabilitazione equestre è stata molto utilizzata anche dalla neuropsichiatria infantile (prevalentemente nei casi di iperattività e autismo) e degli adulti (ad esempio per interventi riabilitativi nella schizofrenia). «Tra uomo e cavallo si crea una connessione, una relazione che amplifica e struttura gli aiuti clinici dell’ippoterapia», sottolinea lo psichiatra. In questo caso è molto utile anche l’attività effettuata a terra, il cosiddetto grooming, cioè il prendersi cura dell’animale attraverso la pulizia e la cura del suo mantello. Un’attività ad alto contatto che facilita la nascita di un rapporto emozionale tra cavallo e paziente. «Il piacere e l’emozione nell’eseguire questi gesti di cura», evidenzia Seripa, «aiutano a sviluppare competenze relazionali e amplificano anche i risultati motori ottenuti in sella».

Potenziali benefici su
sclerosi multipla e Parkinson

Recentemente alcune ricerche hanno evidenziato l’efficacia delle terapie assistite con cavallo anche su pazienti con patologie per le quali non era ancora stata provata la riabilitazione equestre. «Uno studio sperimentale condotto dall’Università di Cagliari in collaborazione con la Fise», conclude l’esperto, «ha dimostrato i benefici della terapia con i cavalli per i pazienti affetti da sclerosi multipla in età giovanile. E analoghe ricerche hanno verificato l’utilità dell’ippoterapia su malati di Parkinson a esordio precoce».

 

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